Archivio | maggio, 2008

IN QUELL’ENIGMA CHE SOLO CONTA

22 Mag

Impollinavano,
– i fiori d’ombra-
nello scrigno del cranio,
lì nei vertici apicali,
sciame di vespe
su una poltiglia sbattezzata.
Ma non era bello vedere
coi propri occhi
la propria rovina,
ed era certo, dopotutto,
il dovere crollare
– e in modo compulsivo-
nel dove tutto sempre inizia:
in quelle contorsioni ipergeometriche
di un’intrusione abusiva
da accettare schinati
quasi poi fosse l’accesso,
-oppure un viatico-
in quell’Enigma che solo conta,
l’apologo spurio di una sola Solitudine
insufflata a forza e impunemente
tra le disperazioni degli sbandati,
ognuno al di sotto
del proprio trono di rassegnazione
al tallone di ferro della nuda vita,
lì ad libitum a spezzare.

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LE CADDERO DAGLI OCCHI

14 Mag

Come delle squame,
le caddero dagli occhi,
in quella sua propria discrasia,
a indicare il vuoto cuore
del vuoto stesso,
le condizioni del delirio
a propagare sotto forma di anatema,
quandanche puresso santo.
Le parole sue sfrante
erano solo
slicenza accumulatoria
in punta di lama,
fuori a concrescere
da quella secca argilla
e lì a echeggiare – e rimbalzare-
come dentro a cisterne, e pozzi cavi…
L’affocava,
il preternaturale ordito
di quella certa nobilitazione sua allucinatoria
-e pure a stravasare sempre pronta-
le lingue di fuoco sulla pelle,
e lei a impetrare
( ma senza squagliamento,
e in una febbrile accàlmia)
“ a che ci nasca un angelo poi,
dallo staffile,
e dai supremi recuperi
da quella stolida rupe tarpea purchessia!”
( e anche dalla fredda e sola
dischiusura dei testi sacri
di quel liquidatorio – e scarno-
programma da risulta,
di detritico afflato,
-puresso smunto-
e governato minutamente dalle Parche
per sempre e da sempre tutte in tiro)

A DISVAMPARE

1 Mag

Una sorta di militare espugnazione
era stata,
come avesse terminato poi
la sua dose di macerazione
– smunta la trama,
tutta di pelle, e nervature-
in quel paesaggio esemplare
di arsione puramente a vuoto,
e senza alcuna croce in fiamme,
a disvampare.
Nessuna cosa era stata divagamento,
tutto condanna,
e margine stremo,
e magro:
nello scemare lento
di quell’incarnazione pur mutila
– e nell’interdetto anche-
vi era alla fine stato
di quella bella anima la pesa,
secondo la strutturale ananke
di una  Norma abnorme,
a quantizzare strenua l’appiccato,
al pendere sulla stadera – e a libbre e a tacche-
in cambio finalmente di una carne.

Roberto R. Corsi

Di poesia e di letteratura, dal 2006. Se continua così, il contatore accessi giornalieri va in negativo, ma fa lo stesso.

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