Archivio | maggio, 2009

IN UN VASTO SILENZIO, DA TERRA SPIANATA

30 Mag

Diventava insopportabile,
perfino il semplice fatto
di essere ancora vivi,
in quella casa di nessuno,
ancora odorosa dei fiori di cimitero.
E solo per non capitolare
in un vasto silenzio
– da terra spianata-
( un taglio di coltello
nell’azzurro)
aveva scelto quella fessura,
e allora paurosamente bianca, si era fatta.
al sentire quel tale mormorio:
 " orrore, orrore, orrore".
E nel ricordo di un cristo in croce
che forse non c’era neanche
( lei nulla aveva tenuto,
per non scorticare invano)
si era autoprodotta un atto di incolpazione,
epifenomeno per riconoscere poi
gli eletti tra la turba,
cruda disciplina nell’adempimento
delle obbligazioni scarne.
In quei furiosi crepuscoli.
-furore in ogni cosa,
ogni approdo come un assalto, e lei ansante
verso il fulgore delle prime rose-
era quello l’odore nudo
dei fermenti umani,
con uno sguardo di sghembo
per sapere dove stava l’amore,
nello scandalo delle scimmie invisibili:
e quella sarebbe dunque stata,
la richiesta,
e dell’Inesorabile.

DALLE SPECOLE SOLE

20 Mag


   

Dalle specole sole lo si vedeva,
 presagendolo dove non stava,
quel feu sacrè cauterizzato,
l’angelo condannato al marciume…
Nell’inconcepibile sospetto
che lei stessa fosse poi mortale
( e per sfuggire anche ,all’indecenza dell’amore:
un attimo dopo ti affondono le unghie nella carne…)
non era la prima volta che si intratteneva
– nelle torture bizantine-
in quelle notti dilatate,
e da quegli urli di pazze.
La deturbava,
la sua inclinazione per gli abiti mistici,
ben prima che potesse incordare
nei formalismi liturgici:
e si faceva delizia,
di sacre immagini, e degli uffici divini,
le nequizie blasfemando,
di una bestia decacornuta.
Ma quella notte barbara
era scritta poi da sempre,
e un eccesso teologico
– dovuto certo a un suo stato confusionale-
le disse che tutto era stato comunque
un inutile olocausto:
vi erano una strada di soli sepolcri lunari
– e aiuole di papaveri scompigliati dal vento-
nella inevitabile laguna il suo proprio letto di morte,
il cerchio infernale,
quelle sindromi perfette.

E PRIMA CHE I VENTI DI PRIMAVERA

11 Mag

Esserci, sembrava,
come una promessa di penitenza,
nella mala ora della casa,
e ben prima che i venti di primavera
disperdessero le ceneri
(… sei dolente, per questo? …)
Tra i roseti delle tenebre
– e nella imminenza di una qualche
certa violazione-
andava maturando un suo piano
della generale spoliazione,
come per una compagna di destino:
chè lei speculava tra sè,
con tutte le argomentazioni e i sofismi,
tra nomenclature monotone,
come fosse poi in un’arca,
della stretta monacazione
– e impazzata-.
Poco pratica dell’estasi,
il suo cuore rimaneva immobile,
in bruciante absentia
( in pieno volo,
in pieno grido,
in piena agonia)
nella asepsi – vana-
dai quei sedimenti delle acque gelide,
e come nella calma santità del suicida
( e il fiore era poi come una belva…).

E ALLE VICINANZE – INFETTE-

4 Mag

Dai teatri di ferocia
– e dei furori-
 dai tramonti lacerati di quei tempi
(tanti tempi,
tante sevizia)
si era poi finiti
– simile a un atto di perdizione-
nel regno inclemente e meschino
dell’amore…
( … Io l’avevo profetata,
l’affezione triste!…)
Non restava
che fare assegnamento
su quelle certe eccitazioni,
nel toccare una carne
nella propria carne:
gli incordamenti,
le dislogazioni,
quel formicolio di pelle in pelle,
e per ogni dove i segni del corrotto,
le enumerazioni dei sintomi, i medesimi
( e quella furia nelle sommessioni,
alle vicinanze- infette-.)
Era stato poi
come un ristagno,
il loro fatidico silenzio,
e in un olezzo da affogati,
( cose, oh, cose…
cose da far récere i cani)
a forse infondere
alla città morta
quella fatale frenesia,
una apocatastasia,
e pure con certi inequivocabili segni,
quelli degli ossidi finali.